lunedì 24 gennaio 2022

Torino e le sue espansioni urbanistiche (work in progress)

 Visto che molti utenti non hanno le idee chiarissime sullo sviluppo urbanistico della città mi propongo di dare qualche dritta per mettere alcuni punti fermi. Torino per tutta l’antichità e il medioevo non è altro che un piccolo villaggio, le cronache parlano di un insediamento dei taurini attorno al terzo secolo a.c. (pare in zona vanchiglietta), secondo alcuni autori latini questo villaggio sarebbe stato distrutto da Annibale. Nel 58 a.c. Giulio Cesare decide di far costruire un avamposto militare sulla strada delle Gallie, nel 28 a.c. Ottaviano Augusto la rifonda con il nome di Augusta Taurinorum. La Torino romana non era diversa dagli altri insediamenti coevi e quindi un quadrato di circa 2,5 Km di perimetro per, più o meno,72 isolati. Le dimensioni non cambiano neanche nel periodo medievale anche se Torino esprime tre re d’Italia longobardi ( Agilulfo, Arioaldo e Ragimperto), la città cresce in modo caotico all’interno delle mura (come si può vedere nell’immagine del pittore olandese Jan Kraeck (Giovanni Caracca, Caraca, Caraqua, Carracha, Carrachio, Karack, Karraca) autore nel 1572 della prima pianta della città con un certo grado di attendibilità) il quadrilatero come lo vediamo oggi è quindi frutto dei lavori ottocenteschi. La lunga notte terminerà con l’arrivo in città di Emanuele Filiberto nel 1563, ma questa è un’altra storia...


La Mandorla (Pianta Abraham Allard, 1701 - 1733 – proprietà Rijksmuseum, Amsterdam)
Nel ‘500 dal punto di vista delle dimensioni più o meno si rimane sempre alla Torino medievale e le mura vengono di volta in volta sistemate e riaggiustate. Bisogna attendere gli anni dell’occupazione francese tra il 1536 e i 1559 che vennero aggiunti i bastioni ai 4 angoli delle mura (gli “orecchioni” che si vedono anche nella pianta del Charracha). Con l’arrivo di Emanuele Filiberto Torino inizia una grande ricostruzione si abbattono e si ricostruiscono palazzi e si progetta la nuova città. Nel 1564 Pietro Paciotto viene incaricato della costruzione della Cittadella che cambia in modo consistente la pianta della città e si inizia a dibattere di come espanderla al di fuori delle mura. Bisognerà attendere gli anni successivi alla guerra di successione del Monferrato per vedere, su progetto di Ercole Negro, l’ideazione della “Mandorla” che dalla Cittadella si protendeva verso il Po connettendo la città vecchia con le aree di espansione.

Cadono le mura (pianta maggi 1854)
Tra il ‘600 e il ‘700 Torino è un enorme cantiere, si drizzano vie, si costruiscono piazze, palazzi, chiese e il barocco diventa lo stile dominante, ma la città rimane piccola chiusa nelle sue mura. Il 26 giugno 1800 Napoleone, dopo aver vinto la battaglia di Marengo, arriva a Torino e la annette all’impero francese. Tra le prime disposizioni urbanistiche troviamo l’abbattimento delle porte e dei bastioni salvando, per il momento, la cittadella e palazzo madama. Cadono le mura e la città si apre trovando nuovi terreni. Alla fine della dominazione Napoleonica Torino avrà a disposizione quasi una tela bianca per potersi espandere e i Savoia, rientranti, non si faranno scappare l’occasione e tra il 1815 e il 1820 inizieranno i lavori per costruire quello che verrà chiamato Borgo Nuovo che espanderà la città verso il Po e la raccorderà con il nucleo iniziale di San Salvario. Di lì a poco lo Statuto Albertino darà un nuovo impulso all’ingrandimento di Torino.


L’abbattimento della Cittadella
Nel 1851 Carlo Promis inizia a lavorare al nuovo ingrandimento della città sui terreni della Cittadella che viene ritenuta ormai militarmente obsoleta. Nel ‘53 il piano è definitivo e prevede la costruzione di un intero quartiere, nel 1855 la fortezza viene declassata e infine nel ‘56 abbattuta mantenendo solamente la grande porta di accesso che verrà poi restaurata da Riccardo Brayda. In questo enorme spazio, nelle aree di rispetto e al posto dei bastioni vengono costruite Porta Susa, i giardini della Cittadella, piazza Statuto, la grande piazza Venezia (e in seguito piazza Solferino) la chiesa di Santa Barbara, la caserma Cernaia. Molte famiglie in vista acquistarono interi lotti a scopo di reddito, mentre altre vi costruirono i propri palazzi di famiglia come ad esempio i Frisetti (poi Agnelli) e i Mazzonis, questi ultimi si fecero costruire una villa ormai scomparsa la cui storia potete leggere qui. Nel 1853 iniziarono anche i lavori per la costruzione della cinta daziaria che sarà oggetto di un altro post.

<continua>




martedì 7 dicembre 2021

Mulino bianco e realtà

 


Impazza in questi giorni la polemica sullo spot del Parmigiano con il "povero" Renatino che lavora 365 giorni all'anno. A parte il fatto che gli allevatori e i casari lavorano da sempre tutto l'anno perchè le mucche non smettono di fare latte in corrispondenza delle feste comandante, non si capisce bene perchè uno spot pubblicitario dovrebbe essere aderente alla realtà a meno di non pensare che tutte le famiglie facciano colazione insieme, sorridenti e felici, come nel famoso spot del mulino bianco oppure che il brodo star sia fatto tagliando una a una a mano le verdure. La pubblicità è iperbole per sua natura e quindi tutte ste polemiche sanno solo di stantio. Sarebbe magari preferibile che giornalisti, politici e commentatori si concentrassero sul mondo reale e non su uno spot pubblicitario.

martedì 23 novembre 2021

Tutto ciò che pensavate di sapere sulla cucina italiana

 


In queste ultime settimane mi sono imbattuto, non mi ricordo se tramite un commento su twitter oppure in qualche podcast, in tre libri che si occupano di alimentazione. Uno scritto da uno storico e due da un professore universitario che si occupa di storia delle imprese. Io sono un appassionato di gastronomia e della sua storia e, notoriamente, odio la retorica e gli stereotipi sul cibo e sulla cucina italiana e tutto lo slowfoodismo che sembra abbia contagiato tutta la nazione.

Il primo si intitola "Il mito delle origini" sottotitolo "breve storia degli spaghetti al pomodoro" scritto da Massimo Montanari, il quale ripercorre tutta la storia della pasta e poi della sua versione più conosciuta e quindi quella condita con il pomodoro. Viene sfatato anche qualche mito a partire da quello che il consumo della pasta sia antico e diffuso in tutta l'Italia quando in realtà è, relativamente, recente risalendo al XVII° secolo e perlopiù confinato alla zona del napolentano e condita quasi esclusivamente con formaggio e burro per i più abbienti e formaggio e lardo per il popolo. L'uso del pomodoro arriverà non prima dell'800 e quello dell'olio ancora più tardi diffondendosi a cavallo delle due guerre per trovare la sua consacrazione negli anni'50 del '900 quando venne anche inventata la tanto celebrata dieta mediterranea creata dal nulla da un medico americano Ancel Keys (inventore anche della mitica razione K dell'esercito USA).


Gli altri due, "denominazione di origine inventata" e "Parla mentre mangi" sono invece opera di Alberto Grandi e vertono su quanto la cucina italiana sia prigioniera di storie, storielle e vere e proprie invenzioni. Quella che noi chiamiamo cucina regionale di fatto non esiste, anche perchè le regioni sono invenzioni recenti, e alla prova dei fatti quella che noi oggi tanto celebriamo non ha più di cinquant'anni ed è figlia del benessere del secondo dopoguerra. Grandi passa in rassegna ad alcuni dei prodotti più celebrati della nostra industria alimentare e alla verifica dei fatti possiamo scoprire che il lardo di colonnata non è poi così tradizionale come ci viene raccontato e che le prima citazioni risalgono alla fine del '900 quando vennero costruiti a tavolino una storia e un brand facendo riferimento agli schiavi romani oppure a michelangelo. L'autore continua distruggendo a piccoli passi ma con un solido apparato scientifico diversi miti italiani, dal parmigiano agli arancini, riconducendo molte di quelle che noi consideriamo eccellenze a periodi molto più vicini a noi e soprattutto al potere del marketing e della politica che sguazzano nel mare delle denominazioni varie (DOC, DOCG e chi più ne ha più ne metta). 

Consiglio a tutti coloro che non hanno problemi a superare le proprie credenze la lettura di questi libri, vi si apriranno nuovi orizzonti.

venerdì 10 settembre 2021

Pòrta Pila, Pòrta pila, ël pì bel borgh dël nòstr Turin.


Porta Palazzo, porta pila, è il cuore popolare di Torino e come tale è raccontata in saggi (assolutamente da leggere “ Porta Palazzo e il Balon” di Cesare Bianchi, editrice Piemonte in Bancarella, Torino, 1975), romanzi, film (dal delicato e ironico “ la donna della Domenica” al più sguaiato “Al bar dello sport”), e nella musica, partendo da quella tradizionale fino ad arrivare al contemporaneo come ad esempio “al mercato di Porta Palazzo” del compianto Gianmaria Testa, oppure “Portapalazzo” di Willie Peyote. 


Uno dei suoi massimi cantori è stato anche uno dei suoi figli, quel Giuseppe Farassino “Gipo” nato a pochi isolati dalla grande piazza “Ma peui àusso j’euj lassù al prim pian, e i vëddo mia mama… a rij e am fà ciao, così, con la man: antlora am ven veuja ëd core ‘nt la strà, fërmé ‘l prim ch’a passa, crijéje: “Monsù! Ma a lo sa chiel che sì, al 6 ëd via Cuni, i son naje mi?” ( ‘l 6 ‘d via Cuni). Agli inizi della carriera i suoi primi lavori discografici sono raccolte di canzoni popolari piemontesi da “La Monferrina” a “Baron Litrun” (dedicata a Karl Sigmund Friedrich Wilhelm von Leutrum comandante della piazza di Cuneo) , in buona parte le stesse che la domenica venivano cantate dagli artisti di strada che si esibivano in piazza oppure nei cortili. Tra il 1962 e il 1963 escono: “Le canssôn d' Porta Pila” (con Riz Sammaritano e tal “Giuanin d’Porta Pila” (nom de plume dello stesso Farassino), “Le canssôn d' Porta Pila n°2” e, infine, “Le canssôn d' Porta Pila n°3”. Il menestrello delle barriere torinesi, e dei suoi personaggi da “Bleck la jena” a “Beppe naviga” da “Francon”a “El Ceser”, non dimentica Porta Palazzo che sovente fa da sfondo alle storie che racconta come ad esempio nel “’L tole ‘d Civass” (1970) nella quale il lattoniere Adalberto Romolasso giunge a Porta Palazzo con la fidanzata Mariarosa per acquistare il “seirasso” “Il seirasso è quella cosa che assomiglia un po' ai tomini c'è chi ci fa senso, chi va pazzo e chi lo mangia coi crostini.” la lite che ne consegue a causa dell’odore del latticino “Mariarosa non sapeva che il seirasso manda il puzzo più o meno che si trova in un camion di merluzzo.” porta all’annegamento della povera donna nel barile nel quale viene conservato il formaggio. Oppure il monologo “’L trenin ‘d Leinì” nel quale si racconta dell’incendio del 18 giugno 1910 provocato dal trenino che partiva da Porta Palazzo e arrivava fino a Leinì “L'è certo che, për ani, si a Turin ij sòlit traficant a l'han vendù: MERCE SALVATA DALL'INCENDIO DI PORTA PALAZZO! Sta màniga d'artista dël bidon, 'mpinìa 'd ròba frusta ij magasin, 'd neuit l'ambërlifavo co'l nèir fum e peui la sbolognavo la matin.” (Gipo a sò Piemont – Vol. 2” nel 1971).

 Il suo capolavoro arriva nel 1967: due anni prima, nel 1965, Charles Aznavour pubblica il brano “La Bohème” scritto insieme a Jacques Plante, la canzone struggente sottolineata da uno scarno pianoforte e dal violino racconta la gioventù e l’amore di due artisti squattrinati a Monmartre, Farassino la riprende all’interno dell’album “Auguri” e la trasforma nella celeberrima “Porta Pila” i due artisti diventano una sartina e un ragazzo che vive di espedienti. È uno spaccato di vita di un quartiere e di un epoca nella quale anche i piccoli piaceri che potevano essere un film al cinema oppure fumare delle sigarette già confezionate era quasi un lusso “Të spetava ògni sèira, tacà a cola pentnòira, pròpi sota toa ca, mì fasia ij sàut mortaj për comprè quatr nassionaj e portete al cine Auròra”, inevitabilmente la vita porta i due amanti per strade differenti lui via da Torino a cercar fortuna e lei, nonostante la promessa di aspettarsi, verso il matrimonio. Il finale è uno straziante ricordo di un tempo e di una gioventù ormai alle spalle “’t ses pì nen a Pòrta Pila; col negòssi ‘d pentnòira j’è pì nen e la Doira a smija ‘n canal ëmbotija, cò ij so mërcà quatà: Pòrta Pila a smija mòrta e mì canto magonà: Pòrta Pila, Pòrta Pila, la gioventù sensa sagrin. Pòrta Pila, Pòrta Pila, adess lìè mach p’ ‘n seugn lontan”.

Lorenzo Vergnasco

venerdì 13 agosto 2021

Shoeless Joe

 




Il 12 Agosto si è giocata la partita Chicago White Sox - New York Yankees, e fin qui nulla di strano visto che era il 1928esimo incontro tra le due squadre, però non si è giocato nè nella grande mela e neppure nella windy city ma bensì a Dyersville, Iowa. A chi non segue il baseball il nome probabilmente non dirà nulla eppure è la location di uno dei film sul gioco più iconici della storia quel "Field of dreams" (in italiano tradotto, chissà perchè, "l'uomo dei sogni") uscito nel 1989 e tratto dal libro "Shoeless Joe" scritto da W.P. Kinsella nel 1982. Non starò a raccontare la trama della pellicola potete trovare tutto su https://en.wikipedia.org/wiki/Field_of_Dreams, voglio però puntare il riflettore sul personaggio che da il nome al libro e che ne rappresenta uno degli elementi fondamentali, quel Shoeless Joe Jackson che è da tutti ricordato come uno dei grandi del baseball. 




Joseph Jefferson Jackson nasce nel 1887 a Pickens County, South Carolina figlio maggiore di una famiglia di contadini che non può permettersi di mandarlo a scuola, rimarrà per tutta la vita semianalfabeta motivo per il quale i suoi, rari, autografi valgono cifre da capogiro. A 13 anni viene notato dal proprietario di una company town chiamata Brandon Mill (le company town erano città satelliti nelle quali vivevano gli operai dell'azienda che l'aveva fondata) e inizia a giocare per il team cittadino dal quale riceveva $2,50 per ogni partita giocata il sabato, è l'inizio della sua carriera. 


Jacson (secondo a dx della seconda fila) nel 1907 con il Victor Mills team

Nel 1908 firma per i Philadelphia Athletics dove rimane fino al 1909, passa poi a Cleveland e infine nel 1915 ai Chicago White Sox con i quali vince la World Series del 1917. Il soprannome "Shoeless" (scalzo) gli venne dato da un tifoso agli inizi della carriera quando per colpa di un paio di scarpe nuove che gli provocavano male ai piedi finì la partita scalzo.  Ancora oggi è il 4° giocatore per media battuta in carriera,  è il primo per tripli e media battuta in carriera sia  per Cleveland che per Chicago, è stato votato dai tifosi come 12th miglior esterno della storia del baseball.




 Un giocatore così dovrebbe trovare posto nella Hall of Fame eppure i suoi record e la sua popolarità vennero distrutti dalla vicende chiamata dai media statunitensi "Black Sox". Alla fine del campionato del 1919 le World Series vennero disputate tra i Cincinnati Reds e i White Sox con la vittoria dei primi per 5-3 (si giocava al meglio delle 9 partite) Shoeless terminò la serie con 12 su 32, avg 375, 5 su 12 con gli uomini in base, 5 punti, 3 doppi, 1 home run e 6 punti battuti a casa. Nel corso della stagione successiva diversi rumors su un accordo tra degli scommettitori e alcuni giocatori di Chicago per perdere la finale in cambio di denaro,  attirarono l'attenzione della MLB che instituì un gran giurì per indagare sulla vicenda alla fine vennero individuati 8 partecipanti alla cospirazione che vennero radiati dal professionismo: Arnold "Chick" Gandil, Eddie Cicotte, Oscar "Happy" Felsch, "Shoeless" Joe Jackson, Fred McMullin, Charles "Swede" Risberg, George "Buck" Weaver, Claude "Lefty" Williams. In particolare la posizione di Jackson è sempre stata controvesa da un lato ammise di aver ricevuto $ 5.000 dagli scommettitori, dall'altro disse (e i numeri paiono dargli ragione) di aver giocato tutte le partite per vincere. Fatto sta che ancora oggi la MLB non trova motivazioni per riabilitarlo.



Underwood & Underwood - Anderson, Wayne (2004) "The Fix" in The Chicago Black Sox Trial: A Primary Source Account, Great Trials of the Twentieth Century, New York, United States: The Rosen Publishing Group, pp. p. 10 Retrieved on 3 June 2011. ISBN: 0-8239-3969-3.

 Shoeless continuerà a giocare per altri vent'anni in altre leghe semiprofessionistiche svolgendo anche altre attività tra cui proprietario di una lavanderia, un barbecue restaurant e infine un negozio di liquori a Greenville, South Carolina. Morirà di infarto il 5 dicembre 1955 senza smettere di professare la sua innocenza.

Jackson nel suo negozio di liquori



mercoledì 2 giugno 2021

M. L'uomo della provvidenza



Il secondo capitolo delle vicende italiane tra le due guerre è forse meno potente del primo ma è anche meno ricco di violenza. Dopo il delitto Matteotti Mussolini consolida il potere e lo fa approfittando dell'incapacità dei socialisti di essere avversari e dell'ignavia del mondo liberale che anzi più volte gli va in soccorso. E' un'Italia che senza accorgersene si trova piegata ai voleri del tiranno che poco a poco distrugge qualunque parvenza di democrazia, un dittatore che non esita a passare sopra a chiunque siano i suoi compagni di battaglia, sia la famiglia, siano le sue molte amanti. 

Che ritratto di Italia e di Mussolini viene fuori, l'Italia è un paese inerme con un re inutile e incapace, un mondo politico che in fretta si riposiziona a favore del dittatore, un mondo economico che vede con favore l'eliminazione dei sindacati e quindi anche di qualunque forma di conflittualità con i lavoratori e questo nonostante i disastrosi provvedimenti economici del regime. Mussolini è un uomo solo al comando, non si fida di nessuno neanche dei suoi strettissimi collaboratori che non esita a buttare in mare quando ne ha convenienza, dal punto di vista economico è un disastro nessuno dei suoi provvedimenti è in qualche modo utile a trasformare l'Italia in quella potenza che lui vagheggia, in politica estera non ha nessun peso. Alla ricerca della grande impresa si butta nell'avventura libica e solo con il terrore e il genocidio riesce ad aver ragione dei libici che non accettano la presenza italiana. 

Globalmente un affresco di un'Italia povera sia in città che in campagna, che accetta di trasformarsi in una dittatura per incapacità delle sue classi dirigenti e per la forza di una propaganda martellante.

martedì 18 maggio 2021

E il mio maestro mi insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire.


Un anno fa scrivevo questo breve augurio di buon compleanno per uno dei più grandi e complessi musicisti italiani del '900 capace di spaziare dalla sperimentazione elettronica, alla musica classica e al pop, alcuni suoi versi rimarranno nella memoria di tutti.

Voglio ricordarlo con questa foto che risale al Salone del libro 2009 quando ebbi il piacere e l'onore di fargli da autista e accompagnatore.

Che la terra ti sia lieve maestro!

"La primavera intanto tarda ad arrivare"