mercoledì 18 dicembre 2013

XVIII Dicembre


Il XVIII Dicembre 1922, quando Torino assistette a una delle maggiori cacce all'uomo a cui si dedicarono gli squadristi fascisti guidati da Piero Brandimarte e appoggiati da quadrumviri torinesi Scarampi, Voltolini, Monferrino e Orsi. La notte prima c'era stato un conflitto a fuoco tra fascisti e comunisti nel quale erano rimasti uccisi due militanti mussoliniani. Immediata fu la rappresaglia che con il consueto stile fascista non si rivolse verso gli autori del fatto ma contro militanti (o presunti tali) della parte avversa scelti perlopiù a caso, Brandimarte ebbe a dire "Noi possediamo l'elenco di oltre 3000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta." Vennero date alle fiamme la Camera del lavoro sita a fianco al Mastio della Cittadella, il circolo anarchico dei ferrovieri, il Circolo Carlo Marx e devastata la sede de L'Ordine Nuovo (il giornale fondato da Gramsci, Terracini, Togliatti e altri). Tra il XVIII e il XIX Dicembre caddero (ufficialmente) 11 persone, più un numero imprecisato di feriti e di scomparsi. Alcuni di questi vennero uccisi in modo barbaro, Pietro Ferrero venne trascinato legato a un veicolo su e giù per corso Vittorio Emanuele II, fino ad essere abbandonato, irriconoscibile, ai piedi del monumento al primo Re d'Italia, altri vennero attesi sotto casa e freddati davanti alle famiglie. Il duce in persona si complimentò con Brandimarte anche se al Prefetto di Torino disse "Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzato di più; come capo del governo debbo ordinare il rilascio dei comunisti arrestati". Nel 1946 la città di Torino dedicò alle vittime, ricordate con una lapide posta sull'angolo tra la piazza e la Via Cernaia, la piazza prospicente alla Stazione di Porta Susa. Purtroppo gli autori della strage rimasero impuniti e nonostante le roboanti dichiarazioni e assunzioni di responsabilità di Brandimarte, nel 1952 la Corte di Appello di Bologna (il processo era stato spostato prima a Firenze e poi a Bologna) lo assolse per mancanza di prove (ennesima porcata fatta in nome della pacificazione nazionale), l'assassino morirà nel suo letto e ai suoi funerali un reparto di bersaglieri gli renderà gli onori militari.

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