sabato 18 giugno 2011

Il ritorno

Arrivando a Torino dalla valle di Susa Angelo faticava a riconoscere la città che era stata sua per molti anni, file ininterrotte di case finché il treno si buttava nel nuovissimo passante ferroviario che attraversava la città. Finalmente arrivò in stazione, Porta Nuova gli appariva diversa, completamente rifatta piena di luci e di negozi, se la ricordava buia e triste, uscì e anche Piazza Carlo Felice si rivelò uno shock, era infatti un cantiere, non c'era l'orologio fiorito ma al suo posto  la griglia che proteggeva i lavori. Scuotendo la testa si incamminò lungo Via Roma con passo deciso, avrebbe potuto percorrere quella strada ad occhi chiusi. Arrivò in piazza CLN e si soffermò a vedere Piazza San Carlo che si apriva tra le due chiese, l'eleganza barocca della piazza ne faceva un vero salotto con pochissimi eguali al mondo. Riprese a camminare e si ritrovò in un attimo in Piazza Castello, l'eleganza di Palazzo Madama e la sobrietà di Palazzo Reale gli ricordarono il motivo per il quale amava così tanto questa città. Entrò in Piazzetta Reale e si infilò nel portico a sinistra, sotto quelle arcate che un tempo avevano ospitato la folle utopia di Maria Adriana Prolo che aveva sognato e creato quel Museo del Cinema oggi situato all'interno della Mole Antonelliana. Costeggiò il Duomo e imboccò via 4 Marzo, arrivò infine in Via Milano, girò a destra e si ritrovò in un attimo in un turbine di suoni, colori e odori, era arrivato in Piazza della Repubblica, anzi a Porta Palazzo, Porta Pila per i Torinesi, il più grande mercato d'Europa, una strana mescolanza di lingue, etnie, prodotti. Ebbe un tuffo al cuore, quel posto gli ricordava la sua infanzia, la fine della guerra e il ritorno in città dal paesino dove la sua famiglia era sfollata per sfuggire ai bombardamenti. Porta Pila era allora l'approdo per questi torinesi di ritorno, la possibilità di trovare affitti a buon mercato e magari un lavoro come scaricatore al mercato aveva portato molti a cercare casa in quella zona. Non diversamente sarebbe andata per gli italiani che dal Sud arrivarono a Torino in cerca di fortuna sotto forma di un posto alla Fiat, la feroce, la fabbrica che per un secolo aveva dominato sviluppo sociale e civile della città. Adesso al piemontese  e al pugliese o al siciliano si era sostituito l'arabo o il cinese oppure quello strano inglese parlato dai nigeriani, e si porta palazzo era sempre la stessa, la porta della città quella che accoglieva i figli meno fortunati. Per Angelo poi quella piazza, i vicoli attorno, le case di ringhiera avevano anche un altro significato, ci era infatti tornato da adulto come commissario della omicidi nel periodo della lotta cruenta tra i catanesi e i calabresi, lotta che lasciò una notevole scia di sangue per la città. Si perse per i banchi del mercato, davanti alle vetrine dei negozi storici e di quelli nuovi, per lunghi minuti dimenticò il motivo del suo ritorno in città e si lascio trasportare e cullare dal flusso della folla, vagò senza meta lasciando che i ricordi si affollassero nel cervello, respirò a pieni polmoni  quella vitalità che costituiva uno dei motori della città.

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